– Independent Days Festival, 5/9/2004 – Seconda Giornata

Bologna, Arena Parco Nord

Oggi si respira un minimo, c’è un po’ di vento; ma i concerti cominciano ancora prima. Partono i vicentini Derozer, punk rock, anzi, hardcore-punk come nei primi ’90 in Italia. Lineari, niente di nuovo.
I Persiana Jones sembrano i Meganoidi, solo che loro, probabilmente, suonano da più tempo. Forse, i loro “proclami” sulla musica indipendente erano frecciatine nei loro confronti? Allegri.
Thee STP, anche loro italianissimi, fanno street r’n’r e tengono il palco decisamente bene. Iniziano i gruppi stranieri con i New Found Glory, e ci risiamo con il punk rock felice, più pop che rock.
Dopo di loro i Dirtbombs. Chitarra/voce, due batterie e due bassi. Blues elettrificato, simili alla blues explosion di Jon Spencer (che paradosso, con due bassi e due batterie!), anche se, in effetti, delle due batterie una risulta superflua e dei due bassisti uno è molto bravo, l’altra (una ragazza) nella norma. In ogni modo, la cosa più interessante del pomeriggio.
Arriva Melissa (Auf der Maur), spigliata e sexy quanto basta, ma nonostante le frequentazioni importanti, vecchie e nuove, la musica non va più in là del classico metal orecchiabile lucidato a nuovo.
Lars Fredriksen (and The Bastards) ricorda che l’anno scorso suonò qui con i Rancid, che gli piace il punk rock e che odia l’heavy metal. Frecciatine alle band che chiudono la serata? Il pubblico attacca Hey oh let’s go dei Ramones, lui lo segue e così fa la sua band. Poi dichiara che è la prima volta che la fanno dal vivo. Niente di nuovo rispetto ai Rancid.
Appena cala il sole ecco i redivivi MC5. Iniziano i tre “superstiti” con Nick Royale degli Hellacopters chitarra e voce. Ed è subito grande rock. Dopo un paio di pezzi arriva Mark Arm. Che emozione. E’ in forma, e si vede. Si aggiungeranno anche una cantante nera, della quale ignoro il nome, e Justin dei Darkness, che canterà e suonerà l’armonica. E’ stupendo, magico. Decisamente il top della serata. E dire che di solito non mi convincono mai più di tanto queste reunion di vecchie cariatidi.
Si fanno attendere oltre l’orario i Velvet Revolver. Presentazione roboante, poi arrivano. L’impatto è buono, il suono è potente, i musicisti si muovono sul palco da dominatori, ma Slash suona controllato, sembra in fabbrica. Scott è dinoccolato, si muove sinuoso, è magnetico : ma perché sembra Axl Rose? E perché chiamarsi con un nome che allude chiaramente ai Guns? Non è ridicolo tutto questo? Sempre Scott, su qualche pezzo pare in affanno. Mentre mi frullano per la testa tutte queste cose, quasi non mi accorgo che viene introdotto sul palco Izzy Stradlin (chiariamo un fatto : all’epoca dei Guns era considerato arredamento) e parte It’s so easy. Al termine il pubblico inneggia ai Guns ‘n’ Roses; dal palco rispondono scocciati “abbiamo chiuso con quella merda, noi siamo i Velvet Revolver”.
Contraddizione in termini. Parte Sex Type Thing per la par condicio, e mi rendo conto che aver desiderato che, l’anno scorso al Flippaut, gli Audioslave facessero qualcosa di Soundgarden e RATM, era sbagliato. Comunque, tutto finisce e mi sembra una farsa.
Più tardi, si chiude con i Darkness. Justin è un cabarettista, fa veramente ridere, interloquisce col pubblico come i veri frontman rock. Gli altri lo assecondano, fanno il loro lavoro. Spettacolo di luci, cambi di abito. Più che i Queen, ci sento tanto gli AC/DC, e mi prende un po’ di nostalgia. Alcuni pezzi coinvolgono e divertono, altri non lasciano il segno. Mi vengono in mente gli Status Quo.
Ma, mi domando, quanti dischi potranno ancora fare, corde vocali di Justin permettendo? In ogni modo, anche questo è un tuffo nel passato.
Del resto, a parte poche eccezioni, la musica va avanti così.

Rivoglio i Kiss, e li rivoglio truccati.

di: Ale

 

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