– Independent Days Festival, 4/9/2004 – Prima Giornata

Bologna, Arena Parco Nord 

Giornata caldissima, poco vento, si bolle già in coda per gli accrediti.
Mi chiedo se sia possibile far cominciare a suonare le bands alle 13-13,30 in Italia ad inizio settembre. In Inghilterra va bene, ma qui……

Cominciano puntuali i Ray Daytona tutti con tute bianche, un sacco di altri personaggi sul palco con travestimenti buffi (martello, chiave inglese, ecc.ecc) che distolgono un po’ dalla loro musica, che del resto non lascia granchè, a cavallo del punk rock.
Vengono poi gli italiani Julie’s Haircut che puntano un po’ più sull’indie-rock, ma che scivolano via come l’acqua.
I Blueskins ricordano i Deep Purple di Glenn Hughes e anche i Kings of Leon, mentre dopo di loro i Colour of fire ricordano i Metallica in alcuni passaggi, e la battuta che ci viene in mente è “volevamo essere i Muse, ma siamo come i Rasmus” o quasi.
Ancora una band italiana, questa volta i Tre allegri ragazzi morti. Un discreto seguito, ma non hanno tiro dal vivo, o forse non sono adatti ad un palco così grande. La sera cala lentamente, il sole picchia ancora, ed ecco i Mondo Generator di Nick Oliveri. Per assurdo, Nick appare molto più controllato che con i Queens of the stone age, anche se la sua carica si avverte. E’ un buon set, massiccio, illuminato anche da un’apparizione per due pezzi da Mr.Lanegan, col quale canta anche Autopilot dei QOTSA.
Purtroppo, quando sale sul palco la Mark Lanegan Band, il sole non è ancora tramontato. Sarebbe stato molto più affascinante e coinvolgente godere lo show, seppur breve, dell’ex Screaming Trees, che per l’occasione dell’uscita del suo nuovo “Bubblegum” si presenta come “Band”. Intenso, fascinoso, sempre più proteso verso una sua Waitsizzazione (!!), ma conservando personalità da vendere, si rende protagonista di una delle performance da ricordare, per questa giornata.
Quasi in chiusura, Nick Oliveri rende il favore salendo sul palco a sua volta insieme a Lanegan.
Si inizia a sfruttare l’impianto luci, ed i primi a sfruttarlo sono i The Libertines, una delle formazioni di punta del nu-rock’n’roll. Alle prese con una situazione molto particolare (defezione temporanea, forse, di uno dei membri fondatori, causa droghe e beghe legali varie), si danno da fare ben poco sul palco, snocciolando le loro canzoni. Il set lascia piuttosto indifferenti, sicuramente in questo genere c’è di meglio.
Ed ecco i Franz Ferdinand, già in diversi cantano le loro lodi, memori della discesa italiana di questo inverno. I quattro hanno a loro favore, rispetto ad altri a parità di genere, il fatto di mischiare forti influenze diverse al “classico” rock’n’roll; la batteria col charleston in levare, che fa tanto disco-music, le chitarre funky o quasi, cosa, quest’ultima, che li distingue senz’altro, ma che a parere di chi scrive, li fa perdere molto in potenza, soprattutto davanti ad una platea così grande.

La serata si chiude, sul palco dell’Arena, con i Sonic Youth. Ho perso il conto di quanti album hanno fatto (lo dico tanto per segnare la differenza dai due gruppi che li hanno preceduti stasera), e quanti anni di attività hanno alle spalle.
Tra l’altro, da diversi anni non li vedo dal vivo, ma sembra che il tempo non sia passato. A parte una serie clamorosa di stecche di Kim durante il pezzo di apertura, il concerto è una bomba. Caos organizzato nelle prime 4 o 5 canzoni, tanto per far capire che fanno ancora sul serio, che chi cerca musica facile se ne può andare, che i padroni del noise sono ancora loro, anche a 50 anni suonati.
Prevalenza di pezzi dal nuovo “Sonic Nurse”, alcuni classici. Dopo il caos, ci avvolgono nel minimalismo sonoro e ci spiegano come scrivere canzoni.
Vincono loro, e trionfano nel bis con una superba versione di Rain on tin.

Ci avviamo verso il campeggio, e penso che avrei dovuto andare più spesso a vedere i Sonic Youth, in questi anni, durante i quali li avevo un po’ “messi da parte”. Ma so che mi perdoneranno. Passando accanto alla tenda dell’Estragon sentiamo i Radio 4, che stanno chiudendo la serie di concerti svoltisi lì, darci dentro alla grande. E’ pieno, non ci fermiamo.
Domani ci attende un’altra maratona.

di: Ale

 

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