Yeah Yeah Yeahs + Locust _ 27/4/2004, Firenze Auditorium Flog

27/4/2004, Firenze Auditorium Flog

Nu rock and rollers in attesa fuori dal Flog; questa sera capelli finto spettinati e pantaloni a vita bassa molto attillati, calze a righe orizzontali, converse basse e alte e abitini anni ’60.
La cintura torchiata va via come il pane.

Appare sul palco un personaggio non meglio identificato, con una stratocaster da destro suonata con la sinistra, lui con un mantello sulle spalle; rock blues elettrificato per una ventina di minuti, e sembra di essere sul palco di Woodstock (l’originale) nel pomeriggio, quando si alternavano i personaggi minori.

Verso le 22,15 appaiono (è la parola giusta) i Locust, pantaloni bianchi, maglia bianca attillata manica lunga (unica eccezione per il batterista che ce l’ha senza maniche, e la toglierà dopo alcuni pezzi), passamontagna bianco con occhi dipinti tipo alieno. Inquietanti.
Ed è inquietante la loro musica, che fa degli Slipknot delle mammolette.
Mezz’ora di grind-punk-noise a tutta velocità, con i quattro impegnati a creare un’atmosfera elettrica, nervosa, pronta ad esplodere come le loro canzoni (dai 20 ai 60 secondi circa), fatte di continui stop and go.
Il componente al campionatore è impegnato a “rumoreggiare” anche tra un pezzo e l’altro, il batterista crea lo scheletro nervoso dei pezzi, tutto con continue rullate, piatti stoppati e doppia cassa, il bassista si arrampica sul manico eseguendo scale velocissime, il chitarrista alterna ritmiche taglienti ad assoli alla Kerry King.
Alla voce (meglio, ai gridi) si alternano tutti escluso il batterista. Il pubblico tutto sommato reagisce bene.

Alle 23 abbondanti salgono sul palco gli Yeah Yeah Yeahs, e ci rimarranno per poco più di un’ora.
Sono impressionanti da subito, granitici.
Il batterista Brian sembra un Nerd (senza i puntini) cresciuto, picchia duro e si diverte, il chitarrista Nicolas sembra un sopravvissuto dark, si aiuta con qualche loop (nemmeno troppi a dire il vero) ma cesella il tutto, riempiendo ogni secondo delle canzoni, un sound ruvido, ruvidissimo.
Lei, Karen, uno strano incrocio tra Joan Jett (nelle parti vocali basse la ricorda anche come timbro) e Marilyn Manson, niente affatto bella ma sensualissima, di quella sensualità selvaggia, indomabile, beve acqua da una bottiglietta di plastica e spumante (almeno credo) da una coppa, è carica ed eccitata (è l’ultima data del loro tour) e riesce a trasmettere per intero la sua eccitazione al pubblico, che non riesce a non muoversi; Karen completa l’alchimia della band con il suo esplosivo carisma e con una voce che spazia dal cantanto all’urlato con grande padronanza.
Si apre con la splendida “Maps” e già con “Rich” il pubblico è steso.

E’ vero rock and roll gente, e questi lo suonano con una maestrìa che, oggi, nonostante il proliferare di questo tipo di band, è davvero dominio di pochi.
I due musicisti non sono assolutamente dei mostri, ma fanno quello che devono fare e poco importa se diverse canzoni terminano un po’ a caso, i pezzi sono densi e pieni di groove, sono già molto buoni su disco ma dal vivo rendono il doppio; si ha l’impressione che potrebbero far suonare r’n’r anche un pezzo qualsiasi di Toto Cutugno.

Convincenti come pochi altri ultimamente.

di: Ale

 

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