Damien Rice + Josh Ritter + Terry Sotton_ 12/03/2004, Firenze Saschall

Ultima data italiana, per questa volta, di Damien Rice, spinto stavolta dal successo di “O” e dall’airplay radiofonico di “Cannonball”.
Saschall “limitato” (posti a sedere in platea, galleria chiusa) per mantenere l’intimità dell’evento (doveva essere, in un primo momento, alla più piccola Sala Vanni), e anche se si mormora di persone che sono rimaste fuori, alla fine non si arriva alle 1000 unità. Poco dopo le 20,30 apre tale Terry Sotton da Dublino, chitarra e bella voce, 4 pezzi, 2 dei quali niente di nuovo ma molto belli.
Un altro cantastorie, graditissimo.
Il fantasma di Nick Drake aleggia su tutta la serata, e non solo perchè tra una esibizione e l’altra si sentono le sue canzoni.
Dopo 5 minuti arriva Josh Ritter, dall’Ohio ma con una permanenza in Irlanda alle spalle; il bel ragazzo americano, che ricorda un po’ il Dawson di Dawson’s Creek, suona 45 minuti, sempre chitarra e voce, e fonde country americano, spleen irlandese, amore per il romanticismo; i pezzi non sono sdolcinati, e lui, nonostante un’apparente timidezza, interagisce alla grande con il pubblico, favorito anche da una buona fetta anglofona.

E’ simpatico, ha buone canzoni, canta anche Cohen, parafrasa i Beatles stornellando contro Bush, si scusa per lui e per Schwarzenegger, chiude con un pezzo dedicato a Johnny Cash allontanandosi del microfono e staccando la spina alla chitarra, avvicinandosi al bordo del palco perchè tutti riescano a sentire anche senza amplificazione, va via tra gli applausi visibilmente emozionato.
Poco dopo le 22, il piccolo fenomeno irlandese arriva sul palco (con una t-shirt dei Kings of Leon, per la cronaca spicciola) e da il via a quasi 2 ore emozionanti di musica che viene dal cuore, dove si rispecchiano non solo la sua sensibilità e Nick Drake, ma anche Hendrix, Pink Floyd, Radiohead, il reggae, la musica da camera.
Il tutto senza perdere di coerenza, e riuscendo a toccare gli animi dei presenti.
Lui suona la chitarra e canta, la vocalist non c’è, non sta bene, la violoncellista fa il suo nella sua impacciata e algida bellezza, il bassista è sornione e lineare, il batterista, estrazione jazz, fonde delicatezza e potenza quando occorre.
Apre “delicate” e subito apprezziamo l’arrangiamento “da falò” della prima strofa, che contrasta con l’entrata degli strumenti subito dopo; segue la prima ghost track dell’album (credo il titolo sia “red toppin'”), e a ruota “woman like a man”, una b-side molto rock, con la quale si capisce che non ci annoieremo, e che il ragazzo sa anche sfoderare la grinta. “Older chests” ci parla dolcemente dell’infanzia, e ci porta dritti verso “I remember”, che Damien canta non prima di essersi scusato per l’assenza della ragazza e annunciando che ci proverà lo stesso (la prima parte del pezzo è cantanta, sul cd, tutta da lei, ma il biondino se la cava egregiamente).

Ci spiega che con questo pezzo ha provato a raccontare le dinamiche e l’evoluzione del rapporto di coppia. In effetti il pezzo è sentito particolarmente, e lascia il segno.
Segue “Amie”, bellissima, poi arriva “eskimo”, e la cosa si fa psichedelica, con, addirittura, echi di King Crimson.
Sul finale tracce di cantato in russo. Che sia comunista? 3 pezzi sconosciuti, nuovi, che lasciano un’impronta marcatamente rock nella delicatezza di Rice, ci portano al pezzo che ormai tutti conoscono, “cannonball”, che pare quasi eseguito controvoglia da quanto è famoso. L’ultimo pezzo prima del bis è la meravigliosa “the blower’s daughter”, la mia personale preferita, laddove, sul ritornello, l’angolo dell’occhio sinistro si inumidisce; Rice la dilata e la trasforma in una splendida versione di “creep” dei Radiohead, e la pelle diventa d’oca. Un attimo di pausa, poi rientra la viloncellista che invoca il batterista, senza risultato. Allora lei attacca “7 nation army” dei White Stripes violoncello e voce; viene in uo soccorso il bassista con la grancassa della batteria.

Ormai è l’apoteosi, e tutti sono sotto al palco, la band rientra per una versione interminabile di “volcano” (almeno 15 minuti), dove il pezzo diventa reggae, poi una balalaika, poi torna reggae e Damien ci canta sopra improvvisando, la sua avventura italiana vicino a Firenze.
Futuro assicurato per il biondino, gran concerto, tutti soddisfatti.

Abbandono la compagnia fiorentina con la quale avevo assistito al concerto perchè si è fatto tardi. Mentre mangio qualcosa dopo un’ora circa, vengo avvertito che, dopo un mini-set acustico “privato” di Damien (con “Hallelujah” di Cohen), sono tutti a bere in un locale (Ritter e Sotton compresi).
Cavolo, se fossi rimasto avrei potuto verificare se la violoncellista era di legno come sembrava! Sarà per la prossima volta.

PS grazie a Iacopo, Mau, Laura e gli altri per le scalette e la compagnia

di: Ale

 

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