Ben Harper 17/06/2004 – Pisa – Metarock, Giardino Scotto

Una bella giornata di Giugno e una location splendida, un palco da grandi occasioni per un pubblico che oscilla tra le 5 e le 6mila presenze; condizioni perfette per un concerto, che il mulatto apre alle 21,45 con una versione di “Don’t take your attitude to your grave” arrangiata piuttosto sobriamente e che quindi, fa ben sperare. Si prosegue con un pezzo nuovo dal titolo “Take my hand”, che nella strofa assomiglia tanto alla sua “I’ll rise”, ma che non entusiasma più di tanto.

Dopo la scontata “Brown eyed blues”, uno dei suoi pezzi peggiori, con la parentesi solista del sempre mastodontico Juan Nelson, Ben si siede e, dopo una intro alla steel guitar ci offre “Temporary remedy”; segue un altro pezzo nuovo, “Wicked man”, che ci ricorda i Black Crowes (che Marc Ford, chitarrista aggiunto, ex Black Crowes, stia prendendo il sopravvento?!?!).

La sopresa, se si escludono i pezzi nuovi, arriva con “Ashes”, da “The will to live”, un pezzo non troppo gettonato dal vivo; purtroppo l’arrangiamento lascia a desiderare, e dal folk con reminescenze caraibiche dell’originale, si passa ad una ballad troppo mielosa. Ancora un pezzo nuovo, “Where Could I go”, una soul ballad che ricorda “Stand by me”, dove Ben canta questo pezzo levigato più come Michael Bolton che come uno che cerca le radici.

La temperatura si rialza con “Glory and consequence”, il pezzo col maggior tiro dal vivo, ma l’esecuzione suona troppo controllata e non travolge. Arriva la versione reggae di “Excuse me Mr.”, e anche se un sacco di gente apprezza, la versione originale continua a gridare vendetta.
Il singolone/marchettone “Diamonds on the inside” (dove Marc Ford dà quasi l’idea di non avere i diritti per suonare l’assolo così com’è nel disco, e la cosa lascia l’amaro in bocca, visto che probabilmente è la parte migliore), introduce alla parte finale della prima parte del concerto, con “Steal my kisses” e “Burn one down”, dove il percussionista Leon Mobley la fa da padrone.
Alcuni minuti di pausa e la parte più attesa dagli affezionati di vecchia data si materializza. Beniamino rientra, si siede, è solo. Arrivano i sempreverdi, “Walk Away”, “Another lonely day” e la meravigliosa “I shall not walk alone”. Non c’è arrangiamento, pochi vocalizzi, quanto basta per rinnovare pezzi che hanno ormai quasi un decennio, ma che non perdono né di senso, né di intensità.

Dispiace solo che i fans recenti non si rendano conto che il momento è solenne, e necessiterebbe di religioso silenzio; e dispiace anche non aver mai sentito harper chiederlo, questo silenzio che, a volte, vale più di mille applausi.

Ancora da seduto, ma con la steel guitar e il fido Leon che lo accompagna, una bella versione di “When it’s good”, essenziale.
Il finale dopo alcuni minuti; “She’s only happy in the sun”, dove si ha l’impressione che un po’ più di sobrietà non guasterebbe (tanti strumenti spesso diventano ridondanti), “Amen omen” che diventa una rock ballad qualsiasi, e “With my own two hands” in medley con “War” di marley, quest’ultima lievemente riarrangiata rispetto alla versione eseguita al Festivalbar (sic!!) 2003, e alle date italiane di ottobre, ma con i movimenti del californiano che risultano poco spontanei (essendo sempre uguali), chiudono il concerto esattamente dopo due ore e cinque minuti.

L’impressione, una volta in più, è quella di trovarsi davanti un artista dalle enormi potenzialità che ha smarrito la strada. Sempre sopra la media imperante, ma senz’altro sotto lo standard cui ci aveva abituato in passato.
Basta infilare nel lettore, tanto per fare un esempio e senza esagerare, lo strumentale “Number three” dal terzo disco, per capire cosa si intende.

Anche senza parole.

di: Ale

 

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